suicidio Monicelli

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suicidio Monicelli

Messaggio Da gab il Lun Dic 06, 2010 7:59 pm

«A che vale la vita?». Una domanda che Monicelli risveglia e che non si può ignorare. Ma quel che importa non è se si sia tolto la vita perché solo e abbandonato o perché ritenesse che la vita non fosse degna di essere vissuta da anziano solo in un letto di ospedale. Mario Monicelli ha avuto una carriera sfavillante. Sempre sotto le luci dei riflettori. Eppure, evidentemente, non gli era bastato. Il suo cuore non era certo in pace quando in quella stanza ha urlato al mondo il suo dramma uccidendosi. Forse, almeno fino a quando la vita gli è parsa meno drammatica, Mario è riuscito a nascondere a se stesso quel “guazzabuglio che è il cuore”, come lo chiamava il Manzoni. Quel guazzabuglio che grida in ognuno di noi e che spesso cerchiamo di non sentire.
Ma quando si spengono i riflettori, la questione della vita si fa incalzante. E il grido riemerge insieme alla domanda. Quella sul perché vale la pena stare al mondo, soffrire, e andare avanti anche quando le cose si fanno dure e le circostanze ci rendono impotenti, magari soli. Quella stessa che si impone in chi seriamente si interroghi sul suicidio di una star come Monicelli. Tutto il resto, le polemiche e i dibattiti, servono solo a sviare dalla vera questione: «A che vale la vita?». E' questo interrogativo che il suicidio del regista riaccende. Ricordandoci che se non diamo o non cerchiamo di trovare una risposta, la domanda non si elimina. E' anzi destinata, prima o poi, a ripresentarsi, forse anche più potente.
Lo testimonia con lealtà Cesare Pavese, anche lui morto suicida, che dopo aver ottenuto il più noto riconoscimento letterario, il premio Strega, scrive: «Hai anche ottenuto il dono della fecondità. Sei signore di te, del tuo destino. Sei celebre come chi non cerca d'esserlo. Eppure tutto ciò finirà. Questa tua profonda gioia, questa ardente sazietà, è fatta di cose che non hai calcolato. Ti è data. Chi, chi, chi ringraziare? Chi bestemmiare il giorno che tutto svanirà?».
Nella solitudine l'intuizione dello scrittore, per cui il fatto d'esistere è già una promessa, non tenne, pur restando vera. Si legge nei primi diari: «Com'è grande il pensiero che veramente nulla a noi è dovuto. Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?».
Ciò che affligge il mondo d’oggi è proprio questo: l’idea diffusa che Dio sia estraneo alla vita e ai problemi dell’uomo. La mia non è nostalgia per il sacro tradizionale, ma riconosco che la Fede in Dio è l’unico modo che permette all’uomo di uscire dalla sua piccola prospettiva umana. E la Chiesa deve saper testimoniare bene come Dio ascolti il bisogno dell’uomo e il suo grido prima che si giunga al gesto più estremo, come quello di Monicelli. Da decenni invece si continua a insistere sullo sforzo dell’uomo di andare oltre se stesso, di superarsi per cercare un significato più alto. Il problema è che, concentrati su questo “più alto” e “oltre” della questione, ci si è persi “l’Altro”, il più importante. Da qui il capovolgimento, la conversione, a cui invita Papa Ratzinger nella sua esortazione post-sinodale “Verbum Domini”: ancor prima dell’uomo è Dio che parla e viene incontro, è Lui che superando ogni distanza, ci rende veramente suoi “partner”, non per nostro sforzo ma per la mossa di Dio. Quindi il successo più grande a cui un uomo può aspirare non è certo quello effimero della celebrità o della carriera illustre, ma è semplicemente accorgersi quanto Dio colma la sete che sta nel proprio cuore. Altrimenti è la solitudine, la disperazione, il suicidio. Uno può rimandare la questione per 95 anni, uno può trovare il modo di distrarsi per 95 anni, ma prima o poi il nodo arriva al pettine, magri proprio quando sei solo, in silenzio in un letto d’ospedale dove o ti converti o salti dalla finestra.
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